UGUALI? DIVERSI? UNICI! Il valore della fragilità nella società dell’efficienza
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di suor Barbara Brunalli, guanelliana
Recentemente papa Leone ha ricevuto in udienza i membri della Fondazione Jérôme Lejeune, occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il professor Lejeune ricercatore scientifico a cui si deve, tra l’altro la scoperta dell’anomalia cromosomica responsabile della trisomia 21 o Sindrome di Down.
Il Papa lo descrive come “un medico per vocazione” che “non smise mai di lavorare per trovare una cura, al fine di alleviare la sofferenza dei suoi pazienti che chiamava “i poveri tra i poveri”. Era profondamente convinto del fatto che “la qualità di una civiltà si misura dal rispetto che ha verso i suoi membri più deboli. Non ci sono altri criteri di giudizio” e che “un uomo è un uomo”, a prescindere dalla sua fragilità, fisica o cognitiva.
Affermazioni forti, che interrogano la nostra società fondata sul successo e sull’efficienza. Una società, la nostra, in cui il rapporto con la diversità è racchiuso tra due antipodi: l’omologazione e l’ostentazione.
Da un lato il diverso ci spaventa, è percepito come minaccia alla nostra routine, alla nostra quiete, alle nostre sicurezze. Si cerca di ignorarlo, di allontanarlo, di sopprimerlo. In altre situazioni è la diversità a prendere il sopravvento, ad essere esibita come un diritto che sovrasta tutti gli altri diritti e valori.
Accade nel quotidiano ciò che Gianni Rodari descrive in questa semplice favoletta:
Una volta un dromedario, incontrando un cammello, gli disse:
– Ti compiango, carissimo fratello:
saresti un dromedario magnifico anche tu
se solo non avessi quella brutta gobba in più.
Il cammello gli rispose: –
Mi hai rubato la parola.
È una sfortuna per te avere una gobba sola.
Ti manca poco ad essere un cammello perfetto:
con te la natura ha sbagliato per difetto.
La bizzarra querela durò tutto un mattino.
In un canto ad ascoltare stava un vecchio beduino
e tra sé intanto pensava: – Poveretti tutti e due
ognuno trova belle soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona al mondo tanta gente
che trova sbagliato ciò che è solo differente.
Le diversità sono tantissime: razza, religione, convinzioni, esperienze di vita, lingua, cultura, età, più semplicemente il fatto di essere uomini o donne, alti o bassi, grassi o magri, il lavoro che svolgiamo, i gusti… È assolutamente impossibile anche solo cercare di contarle. Tutta l’esperienza di ciascun essere umano è costantemente attraversata da continue presenze dell’altro. Entrare in relazione con l’altro innegabilmente vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da noi stessi, senza attribuire a tale diversità un giudizio di valore.
È illuminante in proposito una metafora, attribuita ad Albert Einstein: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
Riconoscere che “ognuno è un genio” implica che dobbiamo vedere oltre le convenzioni e i criteri standardizzati di valutazione. Dobbiamo cercare di identificare e valorizzare i talenti nascosti e le potenzialità uniche di ogni individuo. Questo approccio non solo promuove una maggiore autostima e realizzazione personale, ma contribuisce anche a una società più equa e inclusiva. Proprio dalle differenze possono nascere nuove abilità, prospettive originali e modi innovativi di affrontare le difficoltà.
Mi è capitato qualche tempo fa di leggere un interessante volume di Gian Antonio Stella, editorialista del Corriere della Sera1, che presenta un excursus sul concetto di diversità, intesa come disabilità, e sulla lunga battaglia, che ha portato, almeno in parte, a cambiare la storia dei protagonisti.
Si parte dalla storia di Romito 8, un nostro lontanissimo antenato vissuto oltre 12.000 anni fa e che prende nome dal luogo in cui è stato sepolto, la Grotta del Romito, nell’attuale Parco Nazionale del Pollino, in Calabria.
Dall’analisi dei reperti fossili si evince che Romito 8 era un giovano forte e robusto, con il fisico ideale per vivere in una società in cui gli uomini si procuravano il cibo cacciando e raccogliendo i frutti della terra. Gli studi evidenziano, però un trauma, conseguente ad una caduta, che aveva probabilmente provocato uno schiacciamento delle vertebre e leso il plesso nervoso radiale causando la paralisi dell’arto superiore sinistro e difficoltà di deambulazione.
La sua carriera di cacciatore e raccoglitore era finita e con essa la possibilità di procurarsi ciò che gli era necessario per vivere. Però non morì e non fu abbandonato a se stesso. Anzi riuscì a sopravvivere per molti anni.
Le ossa delle sue gambe raccontano che rimaneva accovacciato per molto tempo, mentre i suoi denti, l’unica cosa forte e sana che gli era rimasta, mostrano segni di usura fino alla radice. Questo fa pensare che egli li abbia usati per masticare materiale come legno tenero e canne che altri avrebbero poi usato per realizzare manufatti come cestini e stuoie.
È il primo caso di una persona “diversamente abile” che mette le sue risorse a servizio della comunità, la quale con impegno solidale si prende cura di lui e dei suoi bisogni. Purtroppo, questo modello virtuoso fatica ad affermarsi nella storia e, lungo i secoli, la disabilità è molto spesso oggetto di derisione, di disprezzo, di emarginazione, considerata come castigo divino o come vergogna da nascondere. Per secoli la reclusione nei manicomi o l’istituzionalizzazione era il destino dei bambini che nascevano con una disabilità.
Non fu così per la piccola Anne, figlia del grande generale Charles De Gaulle, nata a Treviri, nel 1928.
Quasi subito dopo la nascita, i genitori si accorsero che la piccola aveva la sindrome di Down e, nonostante le difficoltà, decisero di crescere la bambina in famiglia. Parlando di lei, il padre confidava: “La sua nascita è stata una prova per mia moglie e per me. Ma, credetemi, Anne è stata la mia gioia e la mia forza. Senza di lei, forse, non avrei mai fatto quel che ho fatto. Mi ha dato il cuore e l’ispirazione. È una grazia di Dio nella mia vita. Lei mi aiuta a resistere nella modestia dei miei limiti e delle impotenze umane. Mi conserva nella sicurezza dell’obbedienza alla sovrana volontà di Dio. Mi aiuta a credere nel senso delle nostre vite”.
Parole molto forti che danno la misura di come una vita caratterizzata da limiti e fragilità importanti possa divenire fonte di ispirazione e sorgente di speranza per altre vite apparentemente salde e inattaccabili.
Anne morì di polmonite a vent’anni e il giorno del suo funerale il padre commentò: “Nella Casa del Padre, Anne troverà tutta la sua grandezza, tutta la sua felicità”.
E certamente è così, perché davanti a Dio non ci sono figli normali e figli diversi, ma solo figli unici.
1 Gian Antonio Stella, Diversi, Solferino, Milano 2019