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PAPA LEONE XIV A LAMPEDUSA: «Sui migranti l’Europa ha una responsabilità epocale»

LAMPEDUSAA tredici anni esatti dallo storico viaggio di Papa Francesco, Lampedusa torna al centro della geografia del cuore della Chiesa. Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV è sbarcato sulla più remota delle Pelagie per una visita pastorale densa di commozione e forti richiami politici e sociali. Un pellegrinaggio compiuto «sulle orme del predecessore», ma segnato dal tocco personale del pontefice americano, che ha voluto denunciare senza mezzi termini l’inerzia internazionale: «I morti in mare sono vittime di decisioni prese e decisioni mancate. L’Europa ha una responsabilità epocale».

Il Papa ha toccato i simboli del dramma migratorio dell’isola. La prima sosta, privatissima e silenziosa, è stata al cimitero di Cala Pisana, dove Leone XIV si è inginocchiato davanti alle tombe dei migranti che non ce l’hanno fatta, tra cui quella del piccolo Yousuf, lasciando una corona di fiori.

Successivamente, il Santo Padre si è recato alla Porta d’Europa e al Molo Favarolo. Lì ha benedetto una targa che intitola lo storico punto di sbarco proprio a Papa Francesco (“Molo Papa Francesco, luogo di rifugio, speranza e umanità”). Momenti di profonda intensità si sono vissuti durante l’incontro con i bambini dell’isola e con i piccoli sopravvissuti alle traversate, tra cui Maria (nata a Lampedusa da madre tunisina) e Leonardo, che ha perso la madre durante il viaggio in mare.

Davanti a migliaia di fedeli riuniti nel campo sportivo Arena in località Salina, il Papa ha celebrato la Santa Messa lanciando un monito contro l’indifferenza:

«Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui significa entrare nel movimento dell’amore».

Il Santo Padre ha espresso profonda gratitudine agli abitanti dell’isola, ai volontari del Forum Lampedusa Solidale, alla Guardia Costiera e alle istituzioni locali che in questi anni hanno trasformato l’isola in un avamposto di umanità.

Il Papa ha concluso l’omelia con il tradizionale saluto isolano: «Non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità. O’scià!»- un sigillo impresso a un viaggio che si fa incarnazione del Vangelo.